> IL Salento di Pietro Scarciglia

E’ facile distinguere un viaggio ‘vero’ da uno ‘immaginario’.

Il viaggio ‘vero’ è quello che si compie spostandosi con il corpo e, attraverso le sue capacità sensoriali, attingere dalla realtà sensoriale che un luogo propone.

Il viaggio ‘immaginario’ invece è un viaggio che si compie con l’immaginazione e quindi non reale ma attraverso una rappresentazione mentale.

Pensando a Guido Piovene nei suoi Viaggi in Italia, lì dove parla del Salento, mi chiedo come possa trasformarsi un viaggio ‘vero’ in uno ‘immaginario’ ( mi astengo da qualunque ulteriore analisi del testo di Piovene), come può accadere  che nello stesso tempo il rigore, o l’inganno, dei sensi possano cedere all’immaginario?

Già bene lo sa  chi legge nell’ etimologia  della parola ‘immaginario’: ‘doppio prodotto’, ‘doppio frutto’ come a dire che la percezione sensoriale oltre a produrre una conoscenza, veritiera o ingannevole che sia, può ‘fecondare’ un ‘doppio frutto’: quello della conoscenza ‘immaginaria’ che, suscitata dalla  realtà, si avventura nella ricostruzione di una realtà non più oggettiva ma emotiva o, soggettiva che dir si voglia.

Nonostante le ‘grida pubblicitarie’ non credo nella capacità evocativa,  dei vari  ‘resorts’ed ‘agriturismi’, che in particolare si ispirano più all’idea di vagheggiate lontane isole tropicali e palmizi da oasi africane.  Credo che il ‘Salento profondo’ e  ‘immaginifico’ sia, da una parte, nel silenzio dei campi di ‘terra rossa’, i ‘pajari’, i trulli, che non sono quelli di Alberobello. Dall’altra, una natura lì dove dolce o, lì dove aspra  scandita da terrazzamenti e da erti e ripidi gradoni rocciosi che raccontano eventi precedenti l’Uomo. Ma sempre, non certo dove la natura è stata sepolta dal cemento, e i cordoni dunali sventrati  e sacrificati  al ‘comodo piede cittadino’ o per dare spazio ad  ordinati ‘reggimenti’ di ombrelloni, ti giunge il profumo del mare e delle essenze mediterrane, a volte dolci del mirto e del lentisco, a volte amari dell’erica e della salsapariglia, a volte inebrianti come quelle del ‘ginestrone spinoso’ o dei campi profumati di grano appena tagliato che hanno il profumo buono della fatica, del sudore e del pane.  Dominano per la loro potenza evocativa le masserie: fortificate, a corte aperta o a corte chiusa che siano,  con i loro muri scalcinati e cadenti,. le finestre sventrate dal vento e dall’abbandono, quasi occhi opachi che ancora si sforzano di guardare attraverso campi spesso non più ubertosi  e ‘vedovi’ del belare delle greggi di pecore e degli armenti di buoi che, in antiche transumanze percorrevano le terre del Salento e delle Puglie.  Quelle finestre e quelle porte, spesso bocche mute, dalle quali però alitano i giochi di bimbi un tempo, canti, quasi gregoriani, ‘cunti’ e ‘culacchi’ intorno ad un focolare, il lavoro di uomini e di bestie sulle aie, l’arrovellarsi di una vita nella speranza di un futuro migliore; chissà quante speranze hanno racchiuso quei muri.

Quale miglior ristoro, era per quei pastori, giunti allo ‘iazzu’, attingere da un pozzo quell’acqua così avara in superficie e così generosa nel profondo.

Le lunghe teorie di muri a secco:  testimoni, tutto ciò, di una antica operosità  Muri a secco come tutte le altre opere realizzate pietra su pietra, giorno dopo giorno, che rievocano culture dal respiro mediterraneo non solo ma chiaramente mostrano la sagacia che non è solo tecnica costruttiva ma anche quella del saper utilizzare e riutilizzare tutto: monito alla nostra, diciamo moderna capacità di divorare, sprecare, sperperare e abbandonare.

Ecco come nasce un viaggio immaginario, nasce dal camminare silente o gioioso. Ecco come si scopre il vero Salento  così si coglie il senso del tempo, delle generazioni e delle culture antiche e meno antiche che hanno improntato questa terra.  Salento forse terra della sale. La ‘profondita’ del Salento può essere colta solo se ci facciamo prendere la mano dalla fantasia che effettivamente può mostrarcelo. Sarebbe freddo elencare i popoli e le culture che essi hanno importato in questo lembo d’Italia, e ne cogliamo solo ciò che di leggendario ci viene da essi, è perciò la salentinità qualcosa che non si tocca ma la si annusa attraverso il paesaggio, il territorio, le manifestazioni popolari, il respiro di antiche masserie e di tutte quelle strutture sopravvissute all’ignoranza tutta moderna che l’antica civiltà contadina  ha tramandato. Proposta di scoperta della magìa salentina di cui potremmo eleggerne sacerdoti gli ulivi secolari con le loro forme e la loro possanza che in tutto riflettono la fatica dell’Uomo fatica che come sale (biblicamente inteso) ha dato ‘sapore’ a questa terra.

Pare perciò potersi concludere che quanti volessero avvicinarsi a questa terra, la vera conoscenza potrebbe cominciare proprio da qui: perdersi con numerosi passi tra questa terra, inebriarsi dei suoi profumi della sua macchia e del suo mare, immergersi nelle ombre degli gli ulivi secolari nelle terre che paiono riproporre il calore del sole e stordirsi del frinire delle cicale, o con passo curioso e rispettoso immaginare vite perdute, ma non inutili, fra le pareti di una masseria abbandonata. Questo è il Salento e la sua natura.

ottobre 2010,

Pietro Scarciglia